MATILDE
 
Sveglia, sono sveglia! Sono sveglia… sono sveglia…
Allora doccia, cuffia, non lavo oggi i capelli, non li lavo, l’ho lavati… l’altroieri, mi si seccano, poi i ricci sono venuti bene stavolta. Buono quest’olio nuovo, vero, ha ragione l’erborista, non secca. Passo a prendere gli esperimenti in dipartimento e vado a elaborarli con Rosa. Devo fermarmi un momento a ritirare le foto delle vacanze. Giovanni mi aiuterà. Non ce l’ho quel programma per vederle in fila sul computer… oppure sì? Mi aiuta Giovanni. Un  po’ di crema idratante… Madonna, con tutti questi smalti come cazzo si fa? Ecco, ne è caduto uno… Non s’è rotto. Ma che se ne fa che tanto si mangia le unghie? Li mette sui piedi… Si è messa un colore diverso su ogni unghia. Che modo assurdo di sbandierare la propria diversità. È proprio disperata povera Nova. Ma se non si è rotto, cos’è questo odore di smalto? Lo sento solo adesso. No, non è rotto. Che strano… Mi fa sorridere Nova però. Non ha paura di avere cattivo gusto, non teme il giudizio degli altri. Cioè, secondo me le dispiace come a tutti se la si critica, ma le piace di più sputare in faccia a tutti la sua indipendenza, perfino in questi modi dozzinali e sguaiati.
I pantaloni. Maglietta. Mi metto la collana di legno oggi… L’avevo prestata ad Albertina!
La porta è semiaperta.
“Albi… Alberta?”
Niente. Socchiudo la porta. Il letto è sfatto, ma non c’è. È troppo presto perché sia uscita… Madonna santa! Quella spostata sarà andata un’altra volta a casa del pezzo di merda… Ma come si fa? E quello che ci prova con me ogni volta che viene… Mi ha pure mandato dei messaggi ambigui. Mi ha invitato a teatro una sera che le aveva detto di avere le prove… Che uomo di merda! Ma stavolta glielo dico che pezzo di merda che è… a lei, lo dico a lei! E poi tanto ogni volta non le dico niente… Mi faccio il caffè. Caffettiera… Non glielo posso dire. È già instabile così com’è, lei. E si è innamorata… ogni minuto sta lì a pensare “ma fa così perché mi ama? Fa cosà perché è stronzo…?” E anche se glielo diciamo mille volte “Sì, fa così perché è stronzo.” Non serve a niente.
Sta finendo il caffè di nuovo. Questa è Cuidado che lo beve come fosse acqua… Si ricordasse una volta di ricomprarlo…
“’Giorno…”
“Ah ecco l’idrovora di caffè!”
“Ma se sei tu che te lo stai facendo ora? Hai mangiato? O è una cosa tra te e l’ulcera?”
“Mi mangio un cracker…”
“Stai cercando di batterla sul suo stesso terreno? Guarda che quella la sa più lunga di te. Sta solo aspettando che fai una stronzata del genere. Mangiati dei biscotti, almeno.”
“Non ho tempo.”
“Per una perforazione del duodeno però ce l’hai il tempo? Poi stai tutto il giorno piegata in due…”
“Sì mamma… fa piacere vedere che ti interessi della mia salute.”
“Mi interesso degli squilibri. Se poi ti dobbiamo venire a trovare in ospedale perderemmo tutte un sacco di tempo per attraversare la città e venire in qualche cazzo di reparto con trecento vecchietti catarrosi, le infermiere isteriche che ci fanno usare tutte le nostre armi retoriche e la nostra rabbia repressa per poter entrare fuori orario di visite, e coi medici che sembrano tutti carini e disponibili e poi magari sono impotenti che hanno visto talmente tante vagine nella loro carriera che la tua gli sembra uno specimen scientifico da analizzare a mente fredda.”
“Non sapevo che ti eri fatta anche un medico.”
“Un ginecologo… E non me lo sono fatta proprio perché ha cominciato a chiedermi se per caso non avessi l’utero retroverso. Mi ha mandato, come dire, l’utero di traverso a chiedermi una cosa del genere mentre eravamo sul lettino dell’ambulanza.”
“In ambulanza??”
“Mica c’era il malato! Stavamo aspettando che portassero il mio analista giù, a Santiago, e i portantini ci mettevano un sacco di tempo perché le scale erano troppo strette e non ci passava la barella.”
“Stavi portando l’analista in ospedale? Questa non la sapevo. Glielo avevi fatto venire tu l’infarto procurandogli un fulminante controtransfert durante una seduta più rovente delle altre?”
“Magari. Aveva duemila anni e ogni volta che stavo lì sdraiata pensavo che dietro di me non ci fosse uno che mi ascoltava, ma uno che era morto nel sonno… E poi un giorno ho sentito il tonfo del suo notes. Mi volto, ed è lì che si stringe il petto. Chiamo l’mbulanza ed eccomi a cercare, almeno, di scoparmi il medico, visto che non ero riuscita ad affrontare le mie turbe sessuali durante la seduta…”
“Capisco. Giornata nera. Non sei riuscita nemmeno a farti il medico…”
“Ma il portantino sì. Quattro giorni dopo. Un romanticone, che vuoi farci? Ma Albertina?”
“Non c’è… tu che ne dici?”
“No… è andata un’altra volta da James Dean? Bisogna metterle un collare elettrico a quella!”
“Dobbiamo parlarle. Non può continuare a rovinarsi con quell’imbecille.”
“Ma che parlare e parlare. Non c’è niente da fare. Difendiamo con la nostra stessa vita il nostro amore. Più è messo in pericolo, e più ci gettiamo alla sua salvezza, come fosse un  figlio. Cazzo di istinto materno che abbiamo. Se non la lascia lui, qui c’è poco da fare. Non lo lascerà mai lei…”
“Sei troppo cinica. Magari se le facciamo vedere…” mi fermo e guardo Cuidado negli occhi. Ha inclinato la testa e morde un biscotto sbattendo le ciglia. “Hai ragione, non mi stavo ascoltando mentre parlavo. Non c’è niente da fare…”
“Vabbé, vado” aggiungo portandomi la tazza col caffelatte in camera.
“Aspetta…” e Cuidado mi schiaffa due biscotti nella tazza.
“Ma che fai!! Non mi piace con le briciole dentro!”
Lei fa spallucce “Vorrà dire che dovrai cambiare gusti…”
Mi allontano un po’ arrabbiata e un po’ commossa e lei mi grida dietro “E mangia a pranzo che in questo periodo sono impegnatissima e non ti vengo a trovare in ospedale!”
Preparo le mie cose, mi prendo la cartellina… il cellulare… ora lo accendo.
Tre messaggi. Nessuno di Haysh. Tutti di quell’imbecille all’ufficio… “Mi manchi”… “Ti penso e guardo dalla finestra”… che stronzate. Guarda dentro casa che c’è tua moglie e tua figlia.
Me ne devo proprio andare. Speriamo di non restare in ascensore con lui come l’altroieri… Macchina, macchina, ecco dove l’ho messa! Vorrei proprio andare a fare una sorpresa ad Haysh. Lui riesce a non vedermi per giorni interi e sta benissimo, io invece dopo poche ore… Non ti innamorare, non ti innamorare Matta che non sei altro, Matta e sciatta! Sciatta nella scelta, dei tempi e degli uomini.
Aspetta, dicono, devi aspettare. Non chiamare tu… cazzo. Devo sentire Nova, in questo è stupenda, ottima consigliera… per gli altri! Ecco sorrido della cattiveria. Ma è vero.
A quest’ora dormirà sicuramente, chiamo Albertina, vediamo come sta.
“Albi, sei tu? Mamma mia che voce…”
“Parlo piano perché lui dorme.”
“Che ci fai ancora a casa sua?”
“Me ne sto andando”
“Cosa?”
“Ho detto che sto uscendo adesso, non trovo le mutande…”
“Oh-oh… serata focosa! Sarà per questo che ti incaponisci con lui…”
“Ti prego non ricominciare, non adesso. Ho pianto tutta la notte e non ce la faccio… non ce la faccio proprio a parlarne ora.”
“Va bene. Senti… che dici se telefono ad Haysh?”
“NO! … voglio dire: no. Che ti ha detto Nova? Ti ricordi?”
“Sì, sì, certo… però, se non lo chiamo io lui non chiama!”
“E se lo chiami che cambia? Che lo hai chiamato e non ti voleva sentire. Magari è stato con un’altra stanotte, che ne sai?”
“Sei proprio una stronza…”
“E dai che non te lo devo ricordare io il vostro famoso patto, no? Te l’ha detto dal primo minuto che non è monogamo… che ha ‘bisogno’ di tante donne…”
“Cos’era quel rumore?”
“La lavatrice. Sto cercando dietro la lavatrice…”
“L’avete fatto in bagno? Romantico… sulla lavatrice, poi. Originale…”
“No, no, non ci siamo stati affatto in bagno…”
“Sei la solita assurda. E allora che ci cerchi a fare lì dentro?”
“Ma non lo so… Non… non…”
“Albertina? Albertina… non piangere dai, fatti forza ed esci. Adesso, subito. Senza mutande!”
“Senza… mutande?”
“Senza mutande. Mai fatto? E sull’autobus cerca di trovarne uno carino a cui far capire che non le hai. Gli uomini vanno matti per queste cazzate. Magari ne trovi uno migliore e ti schiodi da quell’imbecille infantile e represso.”
“Non è represso…”
“Puntualizzazione rivelatrice. Esci, dai.”
“… Va bene… Dio che vergogna!”
“Ma quale vergogna? La vergogna esiste solo se ti vedono, se è un fatto privato non è vergogna. E smettila di proiettare i tuoi sentimenti tutt’intorno. Sono fatti tuoi. Non hai le mutande? E va bene, lo sai solo tu!”
“… E tu…”
Mi fa ridere quella svampita. “Sì, e io. Ma prometto di dirlo solo agli amici intimi.”
“Tipo Saverio?”
Questa mi ha un po’ ferita. “Va bene. Io ti lascio ora.”
“Non te la prendere… e stagli lontana!”
Stagli lontana… ma se lavoriamo gomito a gomito?… Sono arrivata. Ecco… “Ciao Marco. Tutto bene?”
“Tutto perfetto. Oggi il parcheggio superiore è chiuso.”
“Ma porca… perché?”
“Lavori… qualcosa di strutturale…”
“Figurati. Sarà pieno di ingegneri… Mah.”
“Puoi raccontargli una barzelletta, voi fisici ne sapete tante su di loro…”
“Non quante ne sanno loro su di noi! Ciao, a stasera.”
“A stanotte, vuoi dire.”
Già. Non esco mai da questo posto. Cazzo! Ho dimenticato di passare a prendere gli esperimenti!!! Ci mando qualcuno… Eheheh. Ci mando Saverio. Sono pur sempre il suo superiore.
Eccolo là. Ma che cazzo, è seduto alla mia scrivania! “Alzati.”
“Buongiorno a te…”
“Ho detto alzati. Senti, mi servirebbe un favore e mi dispiace dovertelo chiedere, ma non ho altre opzioni. Dovresti andare al centro di calcolo a prendere i risultati. Ci metti mezz’ora col motorino, io in macchina ci perderei la mattinata.”
Si alza e mi siedo. Mi resta accanto, troppo vicino.
“Va bene… ma tu che mi dai in cambio?”
“Come scusa?” Questo proprio sta passando ogni limite, mi sto innervosendo…
“Magari puoi venire con me a fare le fotocopie…”
“Senti Saverio…”
“Sh-sh-sh” dice e mi mette un dito sulle labbra. Mi alzo di scatto e gli allontano il braccio.
“Te l’ho già detto mille volte che queste stronzate non le devi fare in ufficio. O da nessun’altra parte, se è per questo! Basta, è finita, è finita. Cazzo, lo vuoi capire?”
“E che parole forti… Lo sai che non ce la faccio a dimenticarti… Che sei importante…”
“Importante per cosa? Importante DE CHE? Sono stata la tua amichetta. Punto. Non ci sono voluta stare allora e non ci sto adesso.”
“Non ci sei voluta stare…?” E fa il suo sorrisetto seducente di cui ormai conosco tutte le sfumature da grande attore porno. “Non mi era parso che ti rifiutassi…”
“Quello che ho fatto e quello che ho pensato quando lo facevo sono affari miei. Non hai alcun diritto di discutere le mie azioni. ALCUN DIRITTO. E poi non mi piacevi granché. Non sarei rimasta con te comunque.”
“Sei una troia!” Dice, ed esce.
Ma guarda ma guarda ma guarda… che cazzo! Sbattere tutto non aiuta. Spezzare le matite, spaccare il vaso… Cazzo! Ma come si permette? Ma come porca puttana gli viene in mente… Io? La troia sono io? Ma che…
Squilla il telefono… dove dove ho ficcato il cellulare?
Cuidado?  “Ehi, che c’è?”
“Minchia che voce… Che è successo?”
“Niente, lascia stare… che c’è?”
“Vabbé, se devi essere così, lasciamo stare… avevo solo bisogno di un consiglio…”
“No no, dai. Scusa. Dimmi.”
“Sta piovigginando. Posso prendere il tuo ombrello?”
“Ma che domande fai? Certo che puoi! Lo sai che tanto mi muovo sempre in macchina… dove vai?”
“A guardare fuori. Tanto per sentire qualche rumore umano…”
“Ah, la vecchia storia… va bene. Non ti raffreddare tesoro…”
“No, mamma… A stanotte.”
“A stanotte.”
 
 
CUIDADO
 
La pioggia, gran cosa. Ho una voglia tremenda di inzupparmi. Ma l’ultima volta non è stato proprio piacevole. Mi porto dietro l’ombrello, nel caso non ce la faccia più… C’erano due donne alla fermata dell’autobus. Due. Una sulla cinquantina, l’altra mia coetanea. Entrambe con grandi ombrelli. Pioveva a dirotto, gocce enormi, implacabili, gonfie d’acqua. Di quelle gocce che ti bagnano, ti inzuppano in profondità, subito. Io non avevo ombrello o cappello o nient’altro. Ero lì alla fermata… Nessuna delle due mi ha chiesto se volessi stare sotto il loro ombrello.
Sorprendente. I miei genitori mi hanno sempre ripetuto come un tormentone che loro non si stupivano dell’umanità, delle vicende, degli eventi. Di niente. Invece io mi stupiscosempre. Come hanno potuto sapere, come hanno potuto vedere che ero lì e non fare niente… Metafora di qualcos’altro, ovviamente. Metafora di me, forse, che me ne sto qui e 10.000 bambini stanno morendo di fame in questo istante…
Ma sarà poi lo stesso? Certo che è lo stesso… concettualmente. E quindi lo è anche praticamente. Anche io non ho scusanti. Ho l’ombrello per loro ma non glielo sto offrendo.
Mi siedo sulla panca all’ingresso, stremata da questo pensiero. Devo elaborare un modo per sopravvivere alla mia pietà. Il vecchio modo non funziona più bene. Non riesco a placare questi pensieri con la mia infelicità personale. Tanto poi che senso ha? Forse la percezione della maggiore sofferenza altrui mi può liberare dalla mia piccola sofferenza personale? No. E poi sarebbe faccenda da bruti, da primitivi. E’ come non perdonare. Come avere dentro di sé spazio per un solo sentimento per volta. Come se amare una persona impedisca di amarne un’altra. Le cose e i sentimenti si affiancano nella mia mente. Ho scoperto che posso riamare dopo aver amato e perduto al gioco d’amore. Il gioco d’amore…
Meglio uscire.
L’ascensore è occupato… maledetto palazzo di morti e di moribondi! Scendo a piedi e quel cane al secondo piano si metterà ad abbaiare. Bestia stupida, dopo tanto tempo non sa riconoscere i miei passi.
Allora, pensare che la conoscenza del maggiore dolore in altri possa alleviare il nostro è pensiero implacabile, come se non si fosse in grado di vivere delle distinzioni interiori. Mi strazia il dolore del mondo, certo che mi strazia, ma si assomma, si affianca al mio dolore personale. Non riuscire a separarmi dal mio dolore personale è la garanzia di continuità della mia anima, è la garanzia che sono ancora in grado di fare e di vivere distinzioni interiori.
C’è una manifestazione. Cammino a fianco dei manifestanti, non so nemmeno di cosa si stiano lamentando… Ma deve essere qualcosa di importante, per loro. Sono persone di mezz’età che hanno lasciato le case e il lavoro, il tetto e il caldo per camminare sotto la pioggia. Insieme. Commovente nel solito modo assistenzialista. Siamo assistenzialisti anche nella nostra emotività noi di sinistra… Mah.
Cerco a destra e a sinistra, cerco e non vedo. Cerco un volto, uno sguardo che mi chiami, ma sono tutti chiusi a guardarsi davanti o a lato. Chissà cosa cerco, chissà se il mio dire “sì” sia un assenso o un tentativo, o forse un ‘vediamo’.
In questo caso la scusa è il mio lavoro… Il mio lavoro! Cerco di ispirarmi per finire questo cazzo di romanzo sotto contratto. Bello – pensano tutti – ti hanno fatto un contratto, ti pagano per scrivere: per fare ciò che ami! Certo, mi piace scrivere, ma è più un gesto di sopravvivenza, un gesto irrimediabile che un vero amore. Come quando ci si innmora da ragazzi e si ama in modo simbiotico. Si diventa l’amato e non si sopporta che abbia desideri, inclinazioni, che faccia scelte diverse dalle nostre. Chissà se è questo amore o se invece l’amore vero non sia la forma cosiddetta più matura, in cui si accetta la diversità. Ma l’amore è poi uno solo, con sfumature e gradazioni o esistono tanti amori, tanti modi di amare…?
Dovrei parlarne con Nova… chissà se si è svegliata…
Le mando un messaggio.
 
NOVA
Adesso volo un po’. Mi allontano da questo posto, troppo affollato. Vediamo… vedo dei puntini verdi sulla mappa, a Nord-Ovest. Vado lì… Che lentezza però!
Messaggio al cellulare… è Cuidado.
“Quanti tipi di amore esistono?”

Che sciocchezza. Opzioni. Rispondi.
“L’amore è una proiezione della nostra insicurezza. Non esiste fuori di noi.”
Invia.
Che vuol dire, poi? Mi sa che ho scritto una stronzata. TUTTO esiste dentro di noi. Mica fuori. Se esiste in noi, esiste. Punto.
Aspetta aspetta. Ci sono due tipe sedute in un padiglione strano. Mi parlano.
“Vieni a sederti con noi?”
Mh… perché no… ora provo a planare…
Cazzo, Cuidado mi sta chiamando… Non dovevo rispondere ora pensa che io sia sveglia. Sveglia sì, ma non ho voglia di interagire… Uffa.
“Pronto?”
“Ma che fai sveglia a quest’ora?”
“Ma niente, no, stavo facendo… una cosa…”
“Sei al computer? Stai sempre lì con la tua seconda vita virtuale? Ma esci e guardiamo insieme questa magnifica vita reale!!”
“Non scherzare, che neanche a te piace poi granché. Sei di nuovo uscita per disperazione?”
“… Sì.”
“Ecco. E vuoi che venga a deprimermi con te?”
“Ma non sarà meglio che stare lì a far finta di interagire?”
“Io questo programma interattivo me lo sto studiando, più che altro.”
“Sì, sì, certo… Ma oggi non devi vederti col tuo amico napoletano?”
“Porca miseria, è vero! Che ore sono?”
“Le undici. Quando vi vedete? Posso venire anche io? E dai, e dai, fammi venire!”
“Ci vediamo a pranzo in centro. Certo, vieni anche tu. Ora di pranzo a piazza Navona. Ora napoletana naturalmente.”
“Che vuol dire in questo caso, che è alle due o che lui sarà in ritardo mostruoso?”
“Entrambe le cose.”
“Allora ci vediamo lì e lo aspettiamo. OK?”
“Va bene. A dopo.”
“E staccati dal computer!”
“Uffa, smettila di fare la mammina! Ciao.”
“’Ao.”
Devo lavarmi i capelli. Ma dovrei prima stendere la camicia. Uffa. O mi lavo i capelli nella vasca? Vado in bagno. La camicia non c’è nel lavandino… E già, Matta avrà dovuto fare le sue abluzioni mattutine. Ma perché non si può lavare la faccia nella vasca? E poi non capisco. Tanto si fa la doccia tutte le mattine. Dico tutte le mattine. Che follia… E allora dov’è la camicia? Spero non l’abbia messa in lavatrice, come l’altra volta… Porc… ma porca vacca! L’ha fatta strizzare dalla centrifuga di nuovo! Gliel’ho detto che mi si stringe così… Ma porc… Già che mi sono ingrassata… e che cazzo!
La lascio in lavatrice. Basta. Non mi lavo i capelli. Basta. Troppo, troppo, è troppo. Me li lego, faccio qualcosa. Basta.
Mi devo preparare psicologicamente a incontrare Florio, il mio amico spiritoso, intelligente e spietato. Ogni volta mi fa delle imboscate che mi annientano. Mi dice delle cose, spesso non vere per il 90% ma vere quanto basta per ferirmi.
Ma gli voglio bene. E lui me ne vuole. Gli faccio conoscere Cuidado. Si piaceranno di sicuro. Lei sta con quel tipo moscio moscio che non potrà mai soddisfare la sua follia, e lui cerca una donna forte, anche se poi si accompagna sempre a donne deboli. Aggressive, quel tanto che le fa sembrare forti, mentre in realtà sono solo aggressive per vincere la loro insicurezza esistenziale. E poi una donna intelligente, colta come Cuidado sarebbe un bel cambiamento per lui.
Eheh. Mi viene da ridere. Lui, che mi critica sempre perché sono troppo “intelligente”, perché ho sempre l’ultima parola in una conversazione e intimorisco gli uomini… Ma non è che io “voglia” avere l’ultima parola… è che ce l’ho. Sono più intelligente. Che cazzo devo fare, blandirli, come mi consiglia lui?
Cazzate.
Mi preparo e fingo di essere pronta, almeno ammazzo il tempo, prima che ammazzi me.
Che noia doversi sistemare, ripulire, rendere accettabili, piacevoli, accattivanti… ma perché, perché, per chi?
Perché… perché… per chi? Mmmh mhhh… che melodia è? Ah, sì.
“Che mania han qui di far pulito… ma perché perché… per chi?”
Metto la canzone di Paolo Conte.
 
ALBERTINA
 
Eccomi di nuovo qui. L’ufficio. Come è possibile che tanti anni di studio… tante potenzialità mie… come è possibile che io sia finita qui, in questo ufficio con le pareti vuote, senza finestra… luce al neon. Guarda, guarda la scrivania in formica con un computer ronzante e una matita. Non ho nemmeno la forza di portare un poster, che so, una fotografia. Sono troppo stanca per ricordarmelo, troppo stanca per volerlo fare. Vorrei solo poter entrare in una cucina soleggiata e finalmente cucinare, parlare del cibo, delle sfumature di sapori sul palato, delle delizie del vibrare delle spezie, della gioia di inventarsi un ingrediente…
Invece eccomi qui, a smistare ordini per il catering… Io, che sono laureata all’Università delle Scienze Gastronomiche… … cazzo! Ecco, ci voleva.
“Ehi Alberta, oggi siamo nervose?”
La capa, la padrona, la tipa volubile…
“Ciao Renata. No… scusa, sai. Ho dormito poco…”
Lo so che sto arrossendo, sto arrossendo, lo sento… Ogni volta mi viene in mente la stessa cosa: la visita dal medico che mi dice che è una cosa naturale, inevitabile, e in fondo adorabile.
“Ma signorina, sapesse quanto è deliziosa quando arrossisce… non c’è persona al mondo che non trovi delizioso l’arrossire di un altro!”
Ecco, appunto. Di un altro. Mi fa orrore proiettare questa immagine di ragazzetta vulnerabile, pudica, muta e con gli occhi bassi… Alza gli occhi, porca miseria, perché ti devi sempre guardare le scarpe? E che ti importa di Renata, tanto a lei, di contro, non importa nulla di te.
“Sempre queste pause di riflessione quando ci incontriamo, eh? Lo vedo che non hai dormito… o almeno che ti sei alzata tardi…”
Oddio, si è accorta che sono vestita male… che ho gli stessi vestiti di ieri… Ma che dico? Non ho gli stessi vestiti… Non ho le mutande! Lo so che se ne accorge, lei…
“Io, sono stata… ma adesso sono qui.”
“Eh, già. Ma, come al solito in ritardo…”
E che caspita! Non posso sopportare oltre il mio rossore e la sua spocchia. Mi da così fastidio l’idea che, in fondo, sia vera l’immagine che proietto. Quella di ragazza timida e in fondo insulsa.
“Va bene, ma che importa? Abbiamo forse appuntamenti importanti? A che serve arrivare quando arrivano gli altri? Devo fare il mio lavoro, no? E io lo faccio. Mica sono parte di una catena di montaggio. Mi sembrava di essere stata assunta come consulente indipendente, o mi sbaglio?”
“Tesoro, non ti scaldare. Consulente? Certo. E se ho bisogno di consulenza e tu non ci sei che faccio?”
“Ma ci sono, ci sono. Eccomi. Che ci sarà mai di tanto urgente?”
Mi rendo conto di essere sfacciata. Sfacciata, ecco quello che direbbe mia madre… Ma lo dico apposta. Voglio essere sfacciata. Se lei non lo è stata mai nella vita io invece posso esserlo. Che vuole questa cretina da me? Sono qui. Mi chiedesse la consulenza e facciamola finita.
“Per esempio questo prestigioso ordine, te lo ricordi? Dal nipote degli Agnelli. Che vogliamo fare, gli mandiamo i vol-au-vent precotti? Qui bisogna veramente fare un gesto plateale, costruire la clientela…”
Che palle con questo ‘costruire la clientela’! Ma che vuol dire? Sembra che ci inventiamo la personalità dei clienti… che poi è così. La maggior parte non sa nemmeno…
“Allora? Che hai preparato?”
“Ecco.” Ah-ha! Adesso vedi…
“Antipasti allo squalo Mako con salsa di peperoncino e filetti di pomodoro; stuzzichini di segale e hummus; polpette gratinate di fave e pinoli; agnello in salsa di jogurt.”
Silenzio
 
“E la frutta?”
“Sfoglie d’ananas con meringa di pesche e ventagli di kiwi.” E non te lo dico nemmeno cosa vuol dire l’accostamento di colori che ho fatto. E non mi spreco nemmeno a spiegarti che tutto questo uso di sesamo è un afrodisiaco, dato che il nostro tipetto agnellino si fidanza…
“Mi sembra un menu pesante… mettiamo qualche alternativa leggera?”
NOVA e CUIDADO
 
Nova:
Non è ancora arrivata. Per forza… del resto manca ancora mezz’ora all’appuntamento. Maledizione alla mia ansia, arrivo sempre sempre, disperatamente in anticipo. [immagine di piazza Navona sonnolenta nel sole freddo autunnale con i baretti freddi in attesa di turisti] Queste scarpe mi uccidono, ma insomma ogni tanto bisogna anche fare un po’ scena, no? Tacchetti sui sampietrini… ah… cazzo, si è incastrato. Cerco di darmi un contegno passeggiando avanti e indietro, impettita, non dare segno, mai, di essere debole, se ne approfittano. Ti annusano, come belve a caccia, sentono l’odore della tua vulnerabilità e ti prendono, ti sbranano in un angolo, come nella canzone di Lucio Dalla… Quale allegria…
“Quale allegria cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino. Con un sorriso ospitale ridere cantare far casino, insomma far finta che sia sempre un carnevale…Uscire presto la mattina… scansare macchine e giornali tanto oggi è come ieri… per essere stato ucciso quindici volte in fondo a un viale per quindici anni la sera di natale…”
Penso che lui volesse dire proprio quello che so, che ho vissuto anche io. In fondo a un viale. Concedersi, anche per strada, anche a chi appena si conosce con la speranza, nella speranza, nella preveggenza che quella sia la promessa della felicità. E invece si resta uccisi, nella nicchia in cui ci si era messi per assicurare l’altro della propria disponibilità a provare… e ti lasciano lì. Ucciso, un morto che è costretto a continuare a vivere.
Mi siedo qui ad aspettare. Queste seggiole sono meno brutte delle altre. E vedo le chiappe maestose della statua… di Bernini? Dovrei saperlo, queste cose le ho studiate… [hyperlink]
“Che desidera signorina?”
Glielo dico? Glielo dico che quello che desidero non me lo può dare?
“Un cappuccino, grazie… e un posacenere!”
Se ne va, felice che non glielo abbia detto… Professionale, distaccato, con un rapido sguardo alle mie gambe.
Un signore si avvicina trainando un carretto con sopra un amplificatore e una tastiera. Si mette di fronte a me, dall’altro lato del marciapiede. Posiziona la tastiera e si mette a suonare strazianti versioni piano-bar di canzoni napoletane… questa è… “Io te voglio bene assaje ma tu nun pienz’ a mme…” E mi guarda con occhi imploranti…
Madonna santa!
Ecco il cappuccino. Mi copro le gambe alla meglio… maledizione a questa gonna… sì certo, ho delle belle gambe, ma le guardano con lascivia senza però dare seguito ai loro desideri… Poi dicono che le donne provocano. Certo che provochiamo! Ma se gli uomini sbavano viscidamente senza avvicinarsi, senza tentare di esprimere seriamente quello che desiderano, che ce ne facciamo di tutta questa bava? Fa solo schifo… Che noi donne non guardiamo, anzitutto, se un uomo ci piace fisicamente? Ne parlerò con Florio. Ci sarà da ridere…
Ecco Cuidado.
 
Cuidado:
Miiiii… si è messa le calze a strisce arancioni e blu! E’ veramente una pazza scatenata… come si fa a non notarla… con la gonnellina corta e le