NOVA
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Pochi passi tra me e la finestra. Due, tre. Dietro front. Uno, due, tre, quattro. A tornare sono sempre di più che ad andare. Mi impegno tutte le meningi per cercare di capire perché. Prendo una direttrice diversa? Mi distraggo lungo il cammino?
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Mi perdo? È così, dovrei capire che è una costante della mia vita. Questi passetti su e giù per la stanza sono la metafora della mia vita. Come mi sono ridotta. Mi è sempre più facile andare che tornare. In senso proprio e in senso lato. Non che andare sia sempre piacevole… Ma tornare è sicuramente peggio.
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Anche perché poi già si conosce la strada. Ho uno sguardo veloce. Noto molti particolari, troppi dettagli, tutti insieme. E mi secca doverli rivedere, a breve distanza di tempo, sempre loro, sempre cose ferme lì e io che mi muovo.
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Deve pure avere un senso. Un insegnamento, ecco. Sono qui sveglia, è piena notte, faccio, due, tre passi e torno indietro. Aspetto e qualcosa deve pur succedere. A che serve questo mio aspettare, altrimenti? Non può non servire a niente.
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I miei dirimpettai sono svegli. Ecco quello magro e basso che guarda la televisione, sempre nascosta dalla tenda nera fissata di sghimbescio sulla cornice nuda della finestra, con dei chiodi. L’altro, quello biondo, è in cucina con la solita ragazza. Giocano a carte.
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Ci sono tre bicchieri, due piatti sovrapposti con le posate che sguazzano nel brodino marrone sul mio pavimento. Mi chiedo perché non ci siano formiche. Quasi le aspetto. Venissero almeno le formiche. Sarabbe qualcosa, sarebbe qualcosa che succede. Ci sono due paia di pantaloni gettati a casaccio sulla sedia e una camicia sullo schienale. È stropicciata, sporca. Devo lavarla. O metterla nell’armadio. Lavarla o metterla nell’armadio.
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La lavo.
Il corridoio è buio, si vede una luce fioca venire di sotto la porta di Albertina. Albertina dorme con la serranda alzata. Poi, la mattina, la abbassa. La mattina presto, alla prima luce. E torna a dormire. Ora è aperta, la serranda, e la stanza sarà tutta arancione della luce del lampione.
Albertina.
Nel bagno ci sono due asciugamani sporchi gettati a terra. Dovrei metterli in lavatrice. O posarli sulla mensola. Lavatrice. Mensola. Dieci boccette di smalti di colori diversi, relitti degli anni e degli sconti. Se costa poco ed ha un colore strano, improponibile, per esempio verde acido, lo compro.
Guardo gli asciugamani, getto la camicia nel lavandino e prendo la saponetta. Faccio scorrere l’acqua calda, caldissima. Chiudo il tappo e strofino il sapone a secco. Poi immergo la camicia nell’acqua bollente. Scotta proprio. Guardo la camicia con la sua bavetta malsana attorno. Dovrei sciacquarla. Stenderla.
Esco dal bagno e la lascio lì, nel lavandino col tappo troppo vecchio per tenere l’acqua. Lo so, in capo a pochi minuti l’acqua se ne sarà andata tutta nello scarico. Spengo la luce e torno in camera.
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Pensavo di averci messo più tempo. E invece il tempo è più lento di me. Per far passare uno dei miei minuti, al tempo ci vuole un’ora. Un’ora.Vi potete immaginare quanti minuti di silenzio vivo io aspettando che passi il tempo, aspettando che accada qualcosa nel tempo che mi faccia vivere tutto più corto? Tutto è così lungo, tutto dura così a lungo per me… Solo le ombre nel cortile
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Sarà stata la vecchia storia dell’albero nella foresta. Fa rumore anche se non lo vedi cadere? Anche se non sai che sta cadendo? La vecchia storia… Il mondo esiste anche se io non lo guardo? È questo il punto. E il tempo, il tempo passa anche se non guardo l’orologio? E a che ritmo passa il tempo? Me ne devo sempre accertare, sempre dando uno sguardo all’orologio.
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I miei dirimpettai hanno spento la luce. Sono andati a letto. Forse dormono già o forse pensano alle altre persone nella loro casa. Sanno di non essere soli. Quello basso sa che quello biondo è nell’altra stanza con quella solita ragazza e questo lo tranquillizza. Lui sa che ci sono, sa che sono loro due.
Io so che Albertina è di là e so che dorme. Albertina dorme molto. Come un bambino che se fa troppo tardi la sera si addormenta con la testa sul tavolo, appoggiata alle mani. Oppure con la testa contro il vetro della metropolitana. Oppure con la testa contro il citofono, come l’ho trovata quella sera che aveva dimenticato le chiavi. Si era addormentata e continuava a suonare il citofono con la fronte. Non se n’era accorta e aveva svegliato tutta la scala.
Albertina. Lei è così, riesce ad astrarsi dal mondo, ha la dote invidiabile di sapersi dimenticare del mondo, di perdersi nella sua testa, di rimanere sola con se stessa.
E quindi dorme, coi suoi capelli biondi e i suoi pensieri, col cellulare sempre acceso nella speranza che quell’attore che la fa tanto disperare la chiami. E poi quando chiama, e la sveglia, lei è la prima a seccarsi perché le ha disturbato il sonno. Ma il cellulare non lo spegne.
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Il dirimpettaio basso è andato in cucina a bere un bicchiere di… un bicchiere di… Non riesco a vedere bene. Dà le spalle alla finestra e tiene il frigorifero aperto mentre beve. Latte? Non sarà, credo, Batida. E il biondo di là, con la solita.
Poi c’è Matilde. Matta, la chiamiamo Matta. Un po’ perché è matta, un po’ perché non le piace il nome Matilde e un po’ perché è matta. Matta, insomma, non proprio, o non clinicamente. Ma speciale, ecco. Particolare.
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Siamo tutte particolari qui in casa. Diverse, belle tutte, a modo nostro. Cioè soggettivamente, ma anche oggettivamente. Albertina, coi suoi capelli biondi, mossi, sempre curati, lavati, attentamente scomposti, con la sua pelle chiara, il viso dalle ossa misteriose e deliziosamente ben posizionate. E poi, i suoi occhi di miele, come gocce di miele contro i raggi del sole. Davvero, dico. Non mi sto facendo trascinare da bieche romanticherie o da facili similitudini. Figuriamoci! Niente è facile di ciò che mi riguarda.
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Vorrei cambiare l’aspetto della mia stanza. Lo faccio spesso, specie di notte, durante le mie lunghe notti. Sposto i mobili con infinita lentezza per non fare rumore. È incredibile quanto il rumore dipenda dalla velocità. Non sembra essere la massa, il tipo di materiale, la consistenza a produrre rumore, ma solo la velocità di spostamento. Se potessimo poggiare un bicchiere di vetro con infinita lentezza, non credo che alcun rilevatore di suono percepirebbe un solo decibel.
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È la mia personalità ad attaccarsi alle cose, la mia presenza ad impregnare gli oggetti, i colori, la disposizione dei mobili. Mi vedo frantumata come nello specchio infranto di Picasso e non sopporto questo puzzle a cui mancano dei pezzi. Forse cerco di ricostruire me stessa ogni volta che sposto i mobili. O forse cerco di perdermi, di non trovarmi più. E ogni disposizione nuova è affascinante, è bellissima all’inizio. Dà la vertigine del cambiare casa, del cambiare vita.
Ecco che è tornata Rosario.
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Noi la chiamiamo Cuidado. Eh eh. Bisogna fare attenzione con lei. E poi, chiamare una donna col nome di un uomo ci fa specie. Lo so che nei paesi di lingua spagnola Rosario è un nome femminile, e insomma, lei è cilena. Ma come si fa a chiamarla Rosario, Dio santo?
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Prima non mi piacevano i capperi. Adesso invece mi piacciono moltissimo.
Se potessi, se solo potessi andrei lontano, alle Barbados, alle isole Fidji a Settembre. Ma non posso.
Rumori in cucina. Vado. Vado a salutarla? Cercherò di non scoppiare a piangere. Mentre cammino nel corridoio, verso la luce al neon sui fornelli, mi vedo cadere in ginocchio sulla porta, la lunga prospettiva delle mattonelle davanti a me come autostrade enormi. Le gambe non mi tengono, non mi tengono nemmeno in ginocchio, mi sdraio a sentire le piastrelle col petto, con le braccia, con tutta la faccia. Mi sento tutto il corpo piangere e sussultare e con una mano alzata chiedo aiuto, aiuto che sto affogando di fronte a Cuidado, perplessa e immobile controluce.
“Ciao.”
“Ehi, Nova.”
Non è Cuidado, è Matta. Mi siedo al tavolo.
“Non hai mangiato con Haysh?”
“Con Haysh?” Ride. La sua risata sottovoce di sempre, piacevole, mezza risata mezzo pianto. Mi commuove ogni volta. “Con Haysh non si mangia, lo sai…”
Si è messa una forchetta a fermare i suoi milioni di riccioli rossi, la criniera ispida, tizianesca, medusea che la rende sempre, ogni volta che entri in una stanza, l’unica donna al mondo.
“Si fa l’amore sotto la luna, si contano le stelle, si aspira profondamente il profumo dell’erba… ma non si mangia!”
“Che spreco…” dico io sottovoce.
“Spreco di che?” Quasi si sovrappone la sua domanda. Per quanto a me sembri di pensare in fretta, Matta pensa sempre più in fretta di me. È buffo guardarci quando siamo in tre, anche con Albertina. Lei tutta presa dal suo mondo di fate e di fantasmagorie meravigliose che rimangono misteriose a tutti. Bella, luminosa, pulita e liscia come una biglia. Noi arruffate, chine, con le ombre sotto le ciglia e agli angoli della bocca che parliamo in fretta e ci intersechiamo senza pause.
“Spreco di carne. Di bellezza. Ma ti guardi mai allo specchio e pensi: Cacchio, ma non c’è proprio nessuno che mi afferri i seni in questo momento?”
“Sei la solita…” ride, sottovoce. Sussulta tossicchiando, la vedo di spalle mentre si rigira la sua frittata. Non si imbarazza mai dei miei spropositi. O meglio. Non mostra mai imbarazzo. Tutto è normale, già sentito, o comunque udibile, quantomeno pronunciabile. A me invece sembra sempre di dire qualcosa di indicibile, qualcosa di veramente strano. E stavolta non l’ho nemmeno fatto apposta. Di norma dico frasi inusuali, rispondo in modo assurdo proprio per liberarmi dall’imbarazzo di dover dire quello che veramente penso o che veramente sono. Ma mi sto scoprendo troppo.
“Però noi ce l’abbiamo qualcuno che ce li afferra, dico, i seni, no?” E si volta a brandire il cucchiaio di legno, monito e ammiccamento allo stesso tempo.
“Eh sì, sì, come no, ce l’abbiamo.”
“Mh… noto un tono triste. Figliola, confessati. Qualcosa non va con Milos?”
“A parte il fatto che si è rivelato non essere Forman?”
“Sì, a parte quello…’
“Niente. Tutto come me lo aspettavo. Anzi di più. E di meno.”
“Come al solito,” dice e si alza per spegnere il fuoco, “non sei contenta. Lo posso prendere io?”
Mi fa ridere con le sue battute. “Eh, ti piacerebbe. Sei una bella ragazza, ma non abbastanza per il mio olimpionico!” Ma senti che stronzate che dico.
“Huh!” Sbuffa e poi spiattella la frittata su un piatto facendole fare una doppia piroetta in aria con una maestria tale da farmi temere per la mia testa se avesse in mano un coltello. “Haysh non è da meno…” Si lecca un dito su cui era colato dell’olio. “Sono molto simili d’altra parte, no?”
Tentenno. “Mh… insomma… Haysh non scrive bei messaggi come lui…”
“Già” mi risponde mentre mastica un pezzo di frittata dal cucchiaio di legno, “ma Haysh è qui. E poi parlano allo stesso modo, vogliono le stesse cose… La vita all’aria aperta, niente legami, niente famiglia…” e mi punta contro il mestolo facendolo dondolare su e giù. Su e giù.
“Non mi pare il caso di generalizzare. Milos non vive qui. Va bene, ma deve tenere su la ditta di famiglia. Quando possiamo ci vediamo…”
“Quando puoi, vai tu, mi vorrai dire…”
“Insomma. E poi, guarda!” Estraggo trionfante il telefono cellulare dalla tasca. “Ecco. Oggi mi scrive… Aspetta che cerco di fare traduzione simultanea: ‘anche i muri della mia casa vogliono conoscerti perché sentono continuamente il tuo nome.”
Silenzio. Matta è lì col cucchiaione di legno fra le labbra, bloccata. Poi arcua le sopracciglia, prende un altro boccone e sbotta “Be’, complimenti. Questa è bella. Mi ricorda… sembra…”
“Virgilio, no?”
“Ecco la letterata! No, quel film, quello straziante, dove si amano da morire… Love Story!”
“E ti pareva! Un’altra storia in cui lei muore! Facciamo una lista, dài, una lista delle storie, romanzi, film dove lei muore e lui no.”
“Bella forza, l’avrai già fatta nella tua testa chissà quante volte! Nelle ore notturne scommetto che compili liste…”
Si accorge di avermi ferito, anche se non ho detto niente. Avere ragione è più imbarazzante di avere torto. Che si deve fare quando si ha ragione? …
Mi guarda. Prende un altro boccone. “Dài, sù, vediamo. La Bohéme!”
“L’Idiota. Dostoevskij.”
“Mh… Voglio metterci qualcosa di strano… Anna Karenina?” dice masticando.
“Ma dài! Ma che strano e strano! Vabbe’ che sei fisica, che insomma ti indenti più di particelle… ma il classico lo hai fatto anche tu!”
“Va bene, va bene, hai ragione…”
“Ti sfido: Alcesti, che muore al posto di Admeto!” Ecco, beccati questa.
“Non vale! Allora dico Euridice, mi sembrava troppo banale sforare nella mitologia, là muoiono tutti…”
“Allora la Sonata a Kreutzer!”
“Ma l’ha uccisa lui!”
“E’ sempre morta, no?”
“Mi appello!” dice alzando il mestolo in aria. Si blocca al rumore delle chiavi nella serratura. Ci guardiamo.
“Cuidado!”
Il suo faccino da bohemienne dei primi del Novecento si affaccia alla porta della cucina. Ci mettiamo istintivamente le braccia in croce al lato della testa e mimiamo una sviolinata.
“Era un concerto lungo!” rido io.
“Il concerto era breve,” risponde ed entra sfilandosi il lungo impermeabile nero, dritto, frusciante e stropicciato, “è lui che è lento…”
“Troppo romantico per te. È sprecato.” Dice Matta. Prende l’ultimo pezzo di frittata e mentre porta la padella al lavabo mi indica “Una ha le tette sprecate, questa spreca romanticismo… Siamo davvero nell’era dell’abbondanza!”
Cuidado neanche sorride. Se c’è una cosa che non spreca sono i sorrisi. È sempre seria, gli occhi neri presi nel pozzo scuro dei suoi pensieri, anche se segue sempre quello che le succede intorno, lo scheda, lo cataloga e se lo ricorda nei dettagli. Ma quando ti sorride ti sembra che si apra nuovo cielo e nuova terra. Bellissima. Il mio idolo, il mio mito. La donna che desidererei amare, la donna per cui potrei considerare seriamente il lesbismo. O forse l’ho già considerato? Ma dovrebbe essere lei a offrirsi. In fondo sono una pavida.
“E di che si cianciava a quest’ora?” dice mentre poggia l’impermeabile sullo schienale della sedia e si accomoda lentamente afferrando una mela.
“Donne morte” dice Matta mentre sciacqua la padella.
“Bene,” dice Cuidado e morde la mela, “mi sembra un buon tema. Ma donne morte riguardo a che? La guerra, la fame, gli uomini…?”
“No, morte nella letteratura. Si faceva una lista per confermarci che nelle storie sono sempre le donne a morire.” Dico e le sorrido. Magari ora mi sorride, magari annuisce e mi gratifica. Ma lei sta cupa a smucinare con le dita in fondo al canestro della frutta.
“Cazzate. È un mito. Come quello del genio e sregolatezza. Ma guardatemi!” e si passa la mano lungo il busto e le gambe fasciate nei suoi pantaloni neri, “Vi pare? Sono un genio, ma sto qui a sgranocchiare una mela in vostra compagnia dopo una serata di sesso lento e tra poco me ne vado a letto!”
“Ed ecco a voi la scrittrice!” sbotta Matta brandendo sempre il cucchiaione di legno tutto coperto di sapone che schizza sulla tavola e su di noi. Rido e mi passo le mani tra i capelli come se ci avessi messo del gel. “Grazie. Così domani mi risparmio lo shampoo…” dico. Altra cazzata memorabile.
“Fosse per te, lo risparmieresti sempre!” dice Cuidado e le due amiche ridono. Io mi sento un po’ piccata.
“Ma non è vero…” dico, ma loro ridono ancora. “Lo sapete che mi secca stare in bagno… Però mi lavo!”
Risate. “Certo, però ti sei abituata male con tutti questi uomini ‘nature’ che frequenti!” dice Cuidado. “Ricordi lo scultore? Lui non si lavava chissà da quando…” sbotta la Matta.
“E il fotografo? Quello pensava di fare l’originale e citava Napoleone: ‘non lavarti per tre giorni che sto arrivando!!” dice Cuidado e quasi non trattiene le lacrime dalle risate.
Uffa. È vero.
“Insomma. Allora fai tu il nome di una che non muore!” Cerco di cambiare discorso anche perché vedere che Cuidado ride così a mie spese non so se mi faccia piacere o mi rattristi. Ma hanno ragione, cacchio se hanno ragione. Viene quasi da ridere anche a me. Sorrido, ma appena tendo le labbra mi si stringono gli occhi e mi viene da piangere. Per fortuna Cuidado mi viene in soccorso facendosi subito seria per la sfida.
“Allora. Nel Rosso e il Nero è lui a morire!”
“Non vale!” sbotta la Matta, “Lei non è la protagonista! Il protagonista è sempre lui! Vogliamo una protagonista che non muoia!”
Pausa.
“Mata Hari?” suggerisco beffarda “O Madame Bovary?” io e la Matta ci guardiamo sornione.
“Effie Briest?” rincalza la Matta “oppure…”
“Perfino nel Woyzeck è lei a morire…” insisto io.
“Trovato!” esulta raggiante Cuidado. “E me lo hai fatto venire in mente proprio tu, Nova. Kleist: Pentesilea! Lei uccide lui!!”
Un attimo di panico nella nostra formazione d’assalto. Io e Matta ci guardiamo.
“Ma lei è pazza… lo mangia!” protesto io.
“A-a-a!” mi zittisce Cuidado “Anche Woyzeck era impazzito!”
Non ho niente da dire. Vero. Verissimo.
Sentiamo i vari colpi di Albertina per tirare lo sciacquone nel bagno. Quello sciacquone dovremmo proprio aggiustarlo, ma chi ne ha voglia se poi tanto la padrona di casa non ci restituirà i soldi? Continuiamo con la nostra danza delle mani a singhiozzo premute con forza Uno, due, un due tre!
Albertina fa capolino con gli occhi praticamente chiusi e le sopracciglia aggrottate.
“Che ore sono?”
Ridiamo. “Sette ore da quando sei andata a letto!” sbotta Matta. Albertina va sempre al bagno, immancabilmente, sette ore dopo essersi addormentata. Come un treno giapponese, potremmo caricare i nostri orologi sui suoi orari notturni, se non avessimo tutte modelli al quarzo a buon mercato. Tranne Matilde, che ha un orologio bellissimo, enorme, pataccone del nonno. Ma anche quello, già che vada a ritmo del tempo canonico è già un miracolo. Lei lo carica due volte alla settimana, non di più non di meno. Si dovesse rompere…
“Le quattro.” Dico io. “Più o meno…”
“Dai che puoi essere più precisa” mi prende in giro Cuidado.
“Allora, direi… a naso…” e annuso l’aria con quella maledetta piramide che ho in mezzo alla faccia e che sempre mi ha afflitto “le tre e cinquantacinque!”
Albertina si siede distrattamente sulla borsa di Cuidado. “Attenta, cazzo!” inveisce lei. “Gli occhiali!”
“Ma quando ti deciderai a dirglielo al violinista che li porti?”
“Non ce n’è bisogno…” dice lei
“Ma va’!” insiste la Matta “All’ultimo concerto eri convinta che fosse stato lui a fare l’assolo, e invece era un cinquantenne col riporto!”
Sbotto a ridere e mi esce l’acqua dal naso. La sensazione di soffocamento mi rende cosciente di ridere. Rido. Sono felice. Sono felice?
“Solo perché lui non si spreca a trovarmi biglietti in prima fila…”
“Eh, gli orchestrali, hanno solo biglietti sfigati…” dico io, ma non sono sicura mi abbiano sentito tra la tosse e le soffiate di naso.
“Non sono gli orchestrali. Sono gli uomini, tutti. Non fanno mai un cavolo di sforzo…” si intromette Albertina, rinata tra noi appena ha addentato un biscotto scovato nel fondo della scatola sul tavolo.
“Mh…” prende tempo, e fiato, la Matta. “Neanche oggi vi siete visti, eh?”
“Macché!” sbuffa Albertina. “Sta mandando a memoria Sartre, Ci manca solo che devo fargli da suggeritore un’altra volta… E poi per questo pezzo che ti strappa l’anima solo a pensarci…”
“Quello sulla resistenza, no? E quando lo mettono in scena?”
“Ma che ne so… La prossima settimana… Mi pare” E giù un altro biscotto. Albertina. Riesce a dimenticarsi delle cose più importanti, tipo la prima di uno spettacolo del suo ragazzo! Magari potessi anche io disconnettermi per un po’ dagli uomini…

ALBERTINAStordita sono, non sconnessa. Nova dice “disconnessa”, ma che disconnessa. Sconnessa? Mi viene sempre il dubbio porca miseria con le parole! Poi tutti ridono… Porca miseria… Non riesco nemmeno a dire Porca Puttana! La Principessina, ecco cosa sono. Le principesse possono anche essere stordite, possono correre in vestaglia per i saloni e non curarsi d’altro. Sono principesse, possono non ascoltare quando gli altri parlano.
… Che schifo!
“Ma scusa, non mi avevi detto che andavi a trovarlo al mare, mi pare… proprio questa settimana?” mi chiede Nova
Lucy, di Charlie Brown, diceva di avere “le lune di Saturno negli occhi” quando non prendeva la palla. Ah ah. Le lune di Saturno. Quanto mi piacevano i fumetti…
“Sì, cioè no. Ci vado, domani… magari dopodomani.”
“Salute!” sbotta Matta, “avevamo cambiato argomento da quindici minuti visto che non parlavi… Ma dopodomani è sabato… Non dovevi andare in settimana?”
Che poi mica era proprio un invito. Era il solito ‘se ti va, vieni.’ Mai un cavolo ‘A me farebbe piacere che tu venissi’. Un cavolo… Mai un CAZZO di tenerezza! Porca puttana! Ecco, ho sbattuto il biscotto sul tavolo…
“Tesoro, facciamo la Charlotte all’inglese?” mi chiede Nova e mi posa la mano sul braccio, Com’è amorevole…
“Mia madre la fa sempre per Pasqua!” dico perché improvvisamente mi sono ricordata che mia madre fa la Charlotte.
“Biscotti polverizzati sul fondo… crema pasticcera…” dice Nova
“Brandy…” aggiunge Cuidado.
“Ecco la debaucherie in agguato… Dobbiamo ricominciare a controllare fuori dalla tua finestra?” dice Matta.
Hanno visto anche loro quel film… quel film in cui lui beve…
“Allora lo avete visto anche voi il film in cui lui beve… E nasconde la bottiglia appesa a una corda fuori la finestra…”
“The Lost Weekend” dice Nova.
“Ero sicura lo sapessi, tu sei proprio prodigiosa con la tua memoria!”
“Come sei dolce Alberti’, questa è proprio un freak! Una malata di cinema!” e Matta dà una spallata a Nova nel dirlo.
Ma lei è una sceneggiatrice, certo che ha memoria prodigiosa per i film. A volte Matta mi sembra più cattiva… volevo dire stronza. Ecco, l’ho detto. Ora posso andare a letto.
“Allora io vado…” e mi alzo
“Ciao” “Sì ciao” “A domattina”
Loro sono così tranquille nel salutarmi e a me i saluti sembrano sempre degli addii. I messaggi per cellulare mi sembrano sempre messaggi dall’oltretomba, faccio fatica a rispondere. E forse non dovrei proprio rispondere. Messaggi da una dimensione che non esiste, che immagino solo io. Come quasi tutte le dimensioni che riesco a pensare, costruendo mondi paralleli in cui le cose hanno senso, in cui i segnali che ricevo dagli altri sono in un codice di cui ho la chiave.
Come quelli dell’avvocato. “Ti desidero” e io penso che questo voglia dire che davvero mi desidera (enfasi su “mi”). Invece viene fuori che desidera una donna in generale… ma adesso voglio dormire. Ci penserò di nuovo domani tanto, lo so. E so che mi chiamerà troppo presto domani mattina, al ritorno dalla domenica con la mogliettina e il bambino. Mi chiamerà per sapere quando ci vediamo. Oggi? Dimmi di sì tesoro… Ho tanta voglia di vederti. E già e io correrò.
Spengo il cellulare, tanto, a che serve?
Anzi no, lo lascio acceso. A che serve? A che serve?
[…]
Il romanticismo mente. Maledettamente. Mente nelle parole e nei fatti. Ma se mi mostrano solo e sempre il momento dell’innamoramento, la lotta e la vittoria per l’amore, come faccio a vivere il resto del tempo? Che succede dopo? Mi sono innamorata, e adesso? Aspetta, ferma i titoli di coda!! E adesso?
Dormire, almeno questo.
[…]
[…]
DRIIIIIN. Lui, è lui…
“Pronto?”
“Ma dormivi?”
“Sì, certo che dormivo, che pensi? Ma lo sai che ore sono?”
“No… Tu lo sai? Eheheh… Ero alle prove, sono uscito adesso.”
“Avevi il cellulare spento…”
“Ero alle prove, ti dico. Che fai?”
“Come che faccio, dormo, no?”
“Perché non vieni un po’ qui da me?”
“Adesso??!? Ma sono… sono…” E intanto mi alzo e comincio a sfilarmi la camicia da notte. “Sono… è tardissimo! Come faccio?”
“E dai…” e intanto mi infilo i pantaloni “Ti prego… prendi un tassì, dai! Ho voglia di te, adesso.” Mi si è impigliato un bottone della camicetta nei capelli.
“Ma io domani mattina devo andare a lavorare…”
“E ci vai da qui, portati la roba, dai. Forza, ti aspetto. Ciao bel culo.”
Ha riattaccato. Dove sono le scarpe? Ecco, queste coi tacchi a spillo. Mi devo truccare. Mamma mia che faccia da zombi… I capelli, spazzola, profumo… Cazzo!… Ho detto cazzo, bene, progredisco. È cascato uno degli smalti assurdi di Nova. Solo a guardarli ti prendi un’intossicazione da mercurio. Che cosa dozzinale… Non so, mi pare proprio che si veda lontano un miglio che è disperata a fare tutte queste cose assurde, come pittarsi di questi colori strani… Almeno fossero di buona qualità. Devo levare di mezzo questo casino. Butto tutto, tanto non se ne accorgerà mai che le manca uno dei diecimila smalti che ha. Lei non tiene molto alle cose, non si attacca agli oggetti. Fosse uno smalto mio mi metterei anche a piangere… Vorrei essere come lei… oddio, presto, devo fare presto.
Attraversare Roma a quest’ora di notte mi fa sempre pensare che è bello vivere qui, che ho fatto bene a trasferirmi. Peccato che poi di giorno sia tutto così difficile. Domani ho una riunione importante, devo presentare il progetto… In che stato sarò? Sono pazza Dio mio, sono pazza.
Ecco la sua finestra, musica bassa, quella che piace a me, solo la luce del letto è accesa… Uno, due, tre gradini. Sono arrivata. Mi guardo. Dio che occhiaie… Suono? Suono…
Ecco, apre la porta.
Mi prende la testa con una mano mentre con l’altra mi toglie la borsa. Col piede chiude la porta mentre mi preme la bocca con violenza contro la sua. Mi morde mentre mi toglie la camicetta e mi fa camminare all’indietro fino al letto. Mi sbatte a pancia in giù sul materasso e mi solleva la gonna tirandomi i capelli con l’altra mano. Mi fa piegare la schiena tutta all’indietro. Quanto mi eccita questa sua brutale passione, questo suo modo di mostrarmi che sono irresistibile, che mi desidera violentemente.
Niente cerimonie, mi è già dentro da dietro e mi sbatte con violenza. Mi gira e mi rigira, mi morde e mi schiaffeggia. Chissà quanto è durato, è sembrato un abisso meraviglioso ed ora dorme a pancia sotto con le mani lungo i fianchi e la bocca semiaperta.
Non riesco a dormire, come sempre. Mi alzo e vado a prendere un bicchiere d’acqua. Sono le sei meno un quarto. Non ce la faccio a tornare a casa e poi ad andare in ufficio. Devo stare qui. Non ho mai dormito qui, me ne sono sempre andata, così come ero venuta. Proverò a dormire, accanto a lui. Dio che tenerezza, dormo accanto a lui… Me l’ha detto lui che potevo farlo, no? Io non voglio imporgli niente, voglio mostrargli che sono libera,